Piazza Affari inaugura l’ottava all’insegna dell’ottimismo, archiviando la prima seduta settimanale con un deciso progresso. Il listino milanese si è mosso in controtendenza rispetto ai timori che ancora aleggiano sui mercati internazionali, dove pesano le forti tensioni geopolitiche, in particolare sul fronte mediorientale. Nonostante il clima d’incertezza globale, l’apertura positiva dei principali indici di Wall Street ha fornito l’assist necessario per il consolidamento dei guadagni in Europa.
La seduta di Piazza Affari
Il FTSEMib ha chiuso le contrattazioni con un rialzo dell’1,24%, attestandosi a 39.929 punti, sfiorando i massimi intraday toccati a quota 39.930. Una performance speculare a quella del FTSE Italia All Share (+1,18%), mentre si segnalano progressi anche per il Mid Cap (+0,46%) e lo Star (+1,08%). I volumi di scambio, tuttavia, mostrano una contrazione: il controvalore è sceso a 2,91 miliardi di euro, in calo rispetto ai 3,51 miliardi registrati venerdì scorso.
Sul fronte valutario e obbligazionario, l’euro rimane debole sotto la soglia di 1,16 dollari, mentre lo spread Btp-Bund si conferma sopra i 90 punti base, con il rendimento del decennale italiano che gravita attorno al 3,5%. Da segnalare la corsa del Bitcoin, che nel tardo pomeriggio è risalito prepotentemente oltre i 107.500 dollari, scambiando poco sotto i 93.000 euro.
I protagonisti del listino: Banche e Mediobanca
A trainare il listino milanese è stato indubbiamente il comparto bancario. Tra i “big”, UniCredit svetta con un +3,44%, seguita da Intesa Sanpaolo (+2,35%) e BPER Banca (+2,12%). Segno più anche per la Popolare di Sondrio e Banco BPM, mentre Monte dei Paschi di Siena avanza dell’1,33%.
Riflettori puntati su Mediobanca (+1,17%), al centro delle cronache finanziarie per le manovre straordinarie. Il Consiglio di Amministrazione di Piazzetta Cuccia ha deliberato il rinvio dell’assemblea ordinaria degli azionisti al 25 settembre 2025. L’assise, originariamente prevista per il 16 giugno, è chiamata ad approvare l’offerta pubblica volontaria di scambio su Banca Generali. La decisione nasce dalla necessità di attendere le valutazioni del Leone di Trieste in merito alla proposta; Generali ha infatti avviato un’analisi approfondita sulle implicazioni industriali ed economiche dell’operazione. L’istituto guidato da Nagel ha comunque ribadito che l’offerta resta valida in tutti i suoi termini, con una conclusione attesa tra settembre e ottobre.
Tra gli industriali si distingue Interpump (+1,46%), che attraverso la controllata Interpump Hydraulics ha siglato un accordo vincolante per rilevare il 65% di Padoan, eccellenza nei serbatoi per veicoli industriali, per un valore di circa 16 milioni di euro. Meno brillante Moncler (+1,07%): sebbene in terreno positivo, il titolo del lusso ha incassato il taglio del target price a 57 euro da parte di Deutsche Bank, che mantiene comunque il giudizio “hold”.
L’asse transatlantico e la sicurezza economica
Se a Milano i numeri raccontano una giornata di guadagni, lo scenario di fondo in cui si muovono le economie occidentali è dominato da una ridefinizione radicale delle priorità strategiche. La sicurezza economica è ormai divenuta sinonimo di sicurezza nazionale, e la leadership tecnologica dipende sempre più dal controllo delle catene del valore dei minerali critici, essenziali per la difesa, l’energia pulita e l’industria avanzata.
Proprio su questo tema, a Washington si è registrato un cambio di passo decisivo. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha convocato il primo vertice sui minerali critici, aperto dal Vicepresidente J.D. Vance. Il messaggio emerso dal summit è inequivocabile: le materie prime non sono più una mera questione di approvvigionamento tecnico, ma un pilastro centrale della politica industriale internazionale e della strategia geopolitica occidentale.
Il ruolo centrale dell’Italia
In questo contesto, l’Italia si è ritagliata un ruolo di primo piano. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato l’unico rappresentante europeo a intervenire durante la sessione di apertura, un dettaglio che va oltre la semplice visibilità diplomatica. La presenza di Roma al centro di questo dibattito rafforza il coordinamento transatlantico in un momento di tensioni globali, posizionando l’Italia come attore chiave nella competizione per l’autonomia strategica e la competitività industriale dell’Occidente. Per il nostro Paese, seconda manifattura d’Europa, garantire catene di approvvigionamento sicure è vitale.
La proposta emersa dal vertice punta a un accordo commerciale preferenziale tra gli alleati, che includa soglie di prezzo coordinate per ridurre il dominio della Cina. Pechino, secondo i dati della Supply Chain Resiliency Initiative, controlla la produzione di 19 su 20 materiali strategici chiave e detiene circa il 70% della capacità di raffinazione globale, inclusa oltre l’85% di quella delle terre rare. Una posizione dominante, sostenuta da sussidi statali, che trasforma la dipendenza industriale in una leva di pressione geopolitica.
La strategia “Pax Silica” e le sfide europee
La risposta statunitense si articola attraverso iniziative come la “Pax Silica”, progettata per mettere in sicurezza le filiere dell’intelligenza artificiale e dei semiconduttori, riducendo la dipendenza dal Dragone. Si passa da una gestione passiva dell’interdipendenza a un intervento diretto dello Stato: finanziamenti pubblici, accordi di acquisto a lungo termine e nuove riserve strategiche, supportate da un’allocazione di 10 miliardi di dollari da parte della Export-Import Bank statunitense.
Mentre gli Stati Uniti accelerano, l’Europa fatica a tenere il passo. Nonostante il Critical Raw Materials Act punti alla diversificazione, la dipendenza cinese resta acuta: dei 26 minerali prioritari per l’UE, 10 dipendono interamente dalle importazioni. Senza un accesso sicuro a queste risorse, come sottolineato anche dal Rapporto Draghi, la transizione verde e la competitività del Vecchio Continente rischiano di rimanere obiettivi irraggiungibili. Non a caso, alla vigilia del vertice, Italia e Germania hanno sollecitato congiuntamente la Commissione Europea per accelerare gli sforzi in questa direzione, consapevoli che il tempo per il “de-risking” si sta riducendo.